mercoledì 19 dicembre 2018

Perché le festività ci fanno provare tristezza?

Per alcuni di noi le festività, come il natale e il capodanno, sono  momento di felicità ma anche di tristezza.  Il più delle volte queste festività ci trasmettono un forte senso di vuoto e malinconia, e la prima reazione che viene in mente è quella di scappare, magari su un isola deserta dove non si festeggia per niente ( ammesso che esista!) 

State tranquilli perché queste sensazioni sono momentanee, passeggere e tutto sommato normali. Gli americani parlano di "Holidays Blues" che non ha niente a che vedere con la depressione vera, ma è  un senso di tristezza circoscritto solo alle festività, che tende a passare. 

Ma Perché si prova tristezza? La risposta sta nel vivere il natale e il capodanno influenzati dall'esterno. Ci troviamo sommersi da "doveri" su come dobbiamo festeggiare, con chi dobbiamo festeggiare, quanto dobbiamo essere felici, che Natale significa farsi tanti regali, che a capodanno dobbiamo a tutti i costi divertici. Sommersi da tutti questi "doveri" e aspettative chi riesce a essere felice?

Per esempio il natale nella cultura occidentale è la festa della famiglia,  ma chi una famiglia non c'è l'ha? O chi non ha più affetti perché nel corso del tempo li ha persi? Scatta il  confronto con il passato e la mancanza della famiglia ci fa provare malinconia.
Quindi come si può sopravvivere a questo periodo? 
👉Prima di tutto riconosci e accetta le tue emozioni sia negative, come la tristezza , sia positive. E' il fardello ma anche il dono che il Natale ci porta. 
 👉 cerca di dare alle feste un significato personale, non vincolato dall'esterno
👉 mantenete aspettative realistiche,  per esempio non aspettandovi di divertirvi a tutti i costi come fanno tutti o di ricevere super regali!
👉 Ridimensionate le pretese  e ascoltate di più i vostri bisogni  e desideri
👉 Vivere le feste significa mantenere le proprie routine e stili di vita  soprattutto sani: questo vi aiuterà a superare la stanchezza di questo periodo  e a viverlo meglio 
👉 Se avete bisogno di stare un pò soli prendetevi tempo per voi senza sentirvi in colpa
👉 e invece di fare bilanci sull'anno che sta per passare pensate a gli obiettivi da raggiungere per l'anno che verrà💪💪

Natale e capodanno si stanno inesorabilmente avvicinando e voi come vi sentite?

Buona riflessione a tutti!

martedì 18 dicembre 2018

Come posso aiutare un' amica/o depresso?

Vi sarà capitato di stare accanto a un amico depresso o parente, e vi sarete resi conto di quanto sia difficile.
Nella maggior parte dei casi non è servito a niente rassicurarli, spronarli a fare o stimolarli.  Avrete cercato tutte le parole possibili ma nessuna vi è sembrata abbia fatto effetto su di loro.  Alle volte avrete pensato che fossero arrabbiati con voi o che vi odiassero perché tutti i tentavi fatti per aiutarli  sono caduti nel vuoto.  I sentimenti che avrete provato sono frustrazione e un forte senso di impotenza, e di rabbia. 
Tutto normale perché la situazione che state vivendo  è difficile sia per chi è depresso ma anche per chi gli sta accanto. 

 🚧🚧Che fare? 
E' importante partire prima di tutto dalla comprensione di ciò che è la depressione. Nelle parole della poetessa Alda Merini  si può capire qual'è il nucleo del disagio: "il depresso è come un vigile urbano sempre fermo sulla sua catastrofe". Ed è per questo che ci sembra che niente funzioni con lui/lei. Stare su una visione negativa di sé, del mondo e del futuro provoca nella persona depressa  conseguenze sull'umore e a sua volta altera la sua reattività alla vita esterna. Le persone depresse sono intrappolati dietro uno schermo nero che non consente di vivere la vita con gioia e entusiasmo.

Quindi che aiuto si può dare da amico a un amico, a un parente, o compagno che soffre di depressione?
👉Iniziare a cambiare il modo di comunicare possa aiutarvi a relazionarvi meglio con un parente o amico depresso. 
🚫Si può partire da ciò che è meglio che evitare di dire tipo :" Tirati su, dai"
Questa affermazione è inutile perché guarire dalla depressione non è questione di volontà. Chi è depresso non finge, non sta facendo capricci. Ha davvero difficoltà a fare, parlare, partecipare alla vita quotidiana, e quindi con la  frase "Tirati su, dai" non facciamo altre che farlo sentire incompreso e in un certo senso rimproverato.
 🚫Altra frase da evitare è " Se continui così sto male anche io".  Non si può addossare il proprio malessere a chi già sta male. Anche in questo caso spetta a voi, che state bene,  trovare un modo per interagire con la persona depressa senza assorbire la sua tristezza. Per esempio potreste trovare più spazi per rilassarvi e pensare a voi. Chi aiuta ha bisogno di trovare un giusto equilibrio fra il prendersi cura dell'altro e il prendersi cura di sé. 
E' importante avere consapevolezza che il malessere dell'altro non dipende da voi ma dal suo stato. Voi potete stargli accanto con rispetto e comprensione. Per esempio potreste proporgli in modo dolce ma deciso di uscire insieme a fare una passeggiata. E nel caso non accettasse la vostra proposta non demordere ma ritentare con amore e fiducia.

Alle volte i gesti sono la cura più efficace nei casi di depressione.

venerdì 14 dicembre 2018


Cosa avete provate quando qualcuno vi ha detto "L'ho fatto per il tuo bene"?

Quando è capitato a me mi sono sentita sbagliata e inadeguata. Io non avevo chiesto aiuto e sentirmi dire quelle parole mi ha fatto sentire ingrata. Per non ferire l'altro e perdere il suo amore ho preferito mettere in discussione le mie scelte. 
Perché ci sono persone che si prendono il diritto di rinfacciarci un aiuto che non abbiamo chiesto? E perché noi glielo permettiamo? Di chi è la colpa?
Incontreremo persone che cercheranno di farci sentire in debito o in colpa, che cercheranno di farci sentire sbagliate.  Dietro l'affermazione "L'ho fatto per il tuo bene" si potrebbe nascondere una persona manipolativa che vuole gestire la tua vita e che non si chiede cosa pensi o senti. Il suo obiettivo è di avere potere e controllo facendoti sentire sbagliata.
Non possiamo cambiare l'altro, ma possiamo  iniziare a lavorare su noi stessi. Il lavoro è di consapevolezza, cioè è importante iniziare a riconoscere le caratteristiche dello stile comunicativo manipolativo.

Di solito la persona manipolativa cerca di condizionare l'interlocutore provocando un'emozione negativa come senso di colpa per ottenere un risultato personale. La vittima inconsapevole sentirà di non poter tradire le aspettative del manipolatore e per non perdere il suo amore lo asseconderà.
 Per comunicare con una persona manipolatrice devi essere consapevole di questa dinamica. In secondo luogo puoi affrontare il manipolatore e non accettare passivamente quello che ti dici;  puoi fargli delle domande come "Vuoi la mia opinione al riguardo?" .
 Stare con l'altro non significa subirlo o accettare passivamente e inconsapevolmente quello che dice o fa, ma imparare a far valere noi stessi, i nostri diritti. Ristabilire dei limiti è importante.
Quello che dicono in terapia le persone che subiscono passivamente la comunicazione dell'altro è sempre lo stesso:  " forse l'altro ha ragione" "forse ho sbagliato io," "lui/lei lo ha fatto solo per il mio bene". Il senso di colpa è così forte che si perde la libertà di reagire e dire di no.
Uno dei segreti più importanti in qualsiasi tipo di rapporto, ma sopratutto per comunicare con una persona manipolatrice, è imparare a dire “no”.






martedì 11 dicembre 2018

Chi sa amare ama anche se stesso. Se può solo amare gli altri, non può amare affatto ( Erich Fromm)


E' importante imparare a volersi bene, prendersi cura di sé. Non è semplice perché volersi bene non è un atto razionale basato sulla volontà che attivo con un pulsante. Ma si può iniziare provando ad ascoltare le emozioni alimentando ogni giorno l' "amore verso di sé". Così sarà più facile accettarsi e ci saranno benefici per la propria autostima. Inoltre provando amore per noi riusciremo a darlo anche agli altri: una persona non può dare agli altri quello che non ha.

lunedì 10 dicembre 2018

Sai dire di NO al tuo compagno?

“ Rinunciare alla spontaneità e all'individualità significa soffocare la vita (Erich Fromm)


Sai dire di No al tuo compagno? E quando è giusto dire di no?
La risposta non è facile: è certo che gli assolutismi non portano da nessuna parte, e in coppia è necessario mediare e a volte fermarsi un attimo per capire cosa è meglio fare per stare bene. Capire quando è giusto dire No necessita la capacità di ascoltarsi e prendersi tempo, e agire d'impulso non è mai una buona scelta. 
Inizia a riflettere: dici di No solo per importi e avere sempre l'ultima parola o per rispettare te stessa/o e la tua volontà? 
Se invece dici sempre SI perché lo fai? Hai paura di essere abbandonata, non amata, o deludere l'altro? 
Molte persone credono che stare in coppia significhi soffocare la propria individualità invece che imparare a condividerla con l'altro. 


Come nel disegno  sopra, due individualità si incontrano per creare un noi mantenendo la propria individualità, senza avere una totale sovrapposizione. 

C'è invece chi rinuncia alla propria individualità nella coppia spinta dal timore che marcare le differenze allontani il partner. Questo è un falso mito e sono sicura che sapete qual'è il prezzo da pagare nel portare avanti questo genere di comportamento. 

Hai difficoltà a dire di no e questo ti fa star male? 
Partecipa al seminario del 22 dicembre. Per prenotarti mandami una email.












giovedì 6 dicembre 2018




Spesso dire di no di fronte a una richiesta è difficile. In questo seminario apprenderai delle strategie che ti consentiranno di abbattere i sensi di colpa, rinforzare la tua autostima e migliorare la tua comunicazione. Ricordati: tu sei importante quanto gli altri.

Ti aspetto!
Mi posso fidare di chi risponde sempre in modo affermativo?
Il suo SI sarà sincero oppure NO? Quello che dice lo pensa davvero o lo fa solo per compiacermi?

Sono queste le domande che mi facevo quando un amico, un parente o il mio compagno mi rispondevano sempre Si. Non li amavo di più per questo perché avevo bisogno di confronto e di sapere cosa pensavano. Ma io continuavo a dire sempre Si.
Provate a chiedervi cosa pensate quando qualcuno vi risponde sempre Si
Se ci riflettete vi renderete conto che anche voi pensate come me. Siete consapevoli che una persona che vi risponde sempre si, senza mai mostrare un disappunto, non vi piace.
Nonostante tutto continuate a credere che dire NO sia sconveniente e magari in diverse occasioni non dite la vostra opinione o assecondate l'altro. 
Perché?
La spiegazione sta nel fatto che ascoltiamo più i "Doveriche ci sono stati imposti dall'educazione come: "Devo essere bravo e buono altrimenti perdo l'amore di..." " Non devo far soffrire nessuno perché..." , " Devo obbedire perché altrimenti..." "Devo rispettare l'altro e non dire la mia perché.." "Devo accettare quello che mi propongono perché..", piuttosto che noi stessi.
Crediamo che assecondare l'altro, rispondere in modo affermativo ci aiuti  sempre a essere accettati,  amati, ma in realtà finiamo solo per essere frustati e arrabbiati verso di noi, senza avere la certezza che l'altro ci apprezzi o ami di più. 

Il tuo compito di oggi è iniziare a chiederti " Di cosa ho davvero voglia?" Riporta la tua attenzione su di te e metti in discussione tutti i "Doveri" che non ti permettono di essere te stessa.







martedì 4 dicembre 2018

Cosa sono i diritti affermativi e perché sono importanti nella vita?



La prima volta che ho letto i diritti affermativi sono rimasta subito colpita dal quinto diritto "Hai il diritto di commettere errori, accettando di esserne responsabile". La sensazione che ho provato è stata di sollievo perché difficilmente permettevo a me stessa di sbagliare con tutte le conseguenze che potete ben immaginare.
Ma per difendere  e mettere in pratica tali diritti è importante conoscerli. Conoscerli ci permette di  diventare più assertivi, cioè capaci di esprimere noi stessi rispettando l'altro.


Ho pensato di condividerli con voi affinché possiate avere uno spunto di riflessione su di voi e di maggiore consapevolezza.

Parto da spiegare cosa sono i diritti affermativi.
Quando si parla di diritti affermativi si parla in contemporanea di Assertività. Infatti i diritti affermativi sono il pilastro dell'Assertività. 
Conoscere e difendere i propri diritti affermativi ci consente di accrescere sviluppare il nostro stile assertivo, utile per gestire le relazioni interpersonali.

Ma cos'è l'Assertività
L'assertività è la capacità di esprimere il nostro punto di vista onestamente e direttamente rispettando allo stesso tempo il punto di vista dell'altro. L'assertività è riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, difendere i propri diritti e riuscire a comunicare i propri bisogni, preferenze, desideri e critiche senza sentirsi in colpa. Rientra nell'assertività anche la capacità di dire No.

I diritti affermativi ci permettono di riconoscerci il diritto di chiedere e quindi di capire fino a che punto possiamo spingerci nella relazione con l'altro. 

I diritti affermativi (Carta dei diritti assertivi – Smith, 1979) sono 10:

1. Hai il diritto di essere il solo giudice di te stesso
2. Hai il diritto di non giustificare il tuo comportamento, dando agli altri spiegazioni o scuse
3. Hai il diritto di valutare e decidere se farti carico di trovare una soluzione ai problemi degli altri
4. Hai il diritto di cambiare idea
5. Hai il diritto di commettere errori, accettando di esserne responsabile
6. Hai il diritto di dire "non lo so"
7. Hai il diritto di sentirti libero dall'approvazione delle persone con cui entri in relazione
8. Hai il diritto di apparire illogico nel prendere decisioni
9. Hai il diritto di dire "non capisco" 
10. Hai il diritto di non essere perfetto


Come metterli in pratica? 
Con autodisciplina, esercizio, ricordandoci di allenare la nostra capacità di difenderli e sostenerli.

Ti riconosci  questi diritti? hai difficoltà a dire di NO al lavoro, in famiglia, in coppia?
 Se vuoi saperne di più iscriviti al mio seminario  sulla comunicazione assertiva che si terrà in data 22 dicembre. A breve la locandina.

Buon pomeriggio😊


lunedì 3 dicembre 2018

Quattro consigli utili per non rinunciare a sè stessi


Mi è capitato di ripetermi questa frase "Sono debole e non posso farci niente" di fronte a qualche sfida o difficoltà. Più la ripetevo e più mi sentivo debole davvero. Il pensiero diventava realtà e mi allontanava da me stessa.


Con il passare del tempo mi sono resa conto che proprio questo atteggiamento mentale incrementava il senso di rassegnazione e mi allontanava dagli obiettivi.  Mi allontanavo anche dalla realizzazione dei miei bisogni e dei miei desideri. In poche parole rinunciavo a una parte di me senza rendermi conto. Mollavo la presa ancora prima di provare, sicura che tanto non avrei raggiunto nessun risultato.



Quando ho iniziato a prendere più consapevolezza e a  cambiare prospettiva ho notato che nonostante le difficoltà riuscivo a realizzare quello che desideravo. 
Qual'è stata la svolta?
Diventare più consapevole di ciò che mi bloccava, iniziare a ripetermi frasi incoraggianti  come 
"penso di essere debole ma non lo sono
, posso fare qualcosa", rendendomi conto di avere maggiore energia, concentrarmi di più sull'obiettivo e su tutte le possibili soluzioni al problema. Evitare di lamentarmi perché tanto lamentarmi non mi portava da nessuna parte!
Ripartire con questa impostazione aiuta a riprendere in mano la propria vita e a seguire quello che siamo e vogliamo.
Credo sia normale incontrare ostacoli nella nostra vita, alcuni si possono superare facilmente altri richiedono più tempo e impegno. 
Ma la differenza la facciamo noi. Infatti alle volte capita che il nostro modo di pensare diventa il primo vero ostacolo. Se anche il vostro pensiero sabotante di fronte a una sfida è " sono debole e non posso farci niente" è il caso di iniziare a cambiare



Ecco quattro consigli per non rinunciare a te stessa e ai tuoi obiettivi che ho sperimentato personalmente:



✔Inizia a pensare che puoi prendere l'iniziativa, sei autrice della tua vita. Non limitarti a rispondere alle sollecitazioni che ti vengono dall'esterno o non lasciare che gli altri decidano per te!
✔ Chiediti cosa vuoi, quali sono i tuoi obiettivi, chi sei. E agisci in base a questa consapevolezza.
✔Allarga i tuoi orizzonti e cerca il lato positivo che c'è in te, focalizzati sulle tue capacità e abilità.  
Evita di lamentarti eccessivamente: concentrati sulla soluzione del problema

Se anche tu ti sei trovata in una situazione simile scrivimi come sei riuscita a superarla e a non seguire il tuo pensiero sabotante!











giovedì 22 novembre 2018


Vi siete mai chiesti perché in certe occasioni mangiamo in quantità maggiori rispetto ad altre?
 Quindi cosa ci fa mangiare di più quando siamo a tavola? 

Provando a pensare a me stessa e al mio modo di relazionarmi al cibo, ho notato che ciò che pensavo o sentivo prima di mangiare influenzava le mie scelte sia sulle quantità di cibo, sia sul modo di seguire un nuovo piano alimentare. 

In che senso vi starete chiedendo!

Per spiegarmi faccio riferimento alla ricerca presentata al congresso della Society for the Study of Ingestive Behavior statunitense.
I ricercatori si sono resi conto che se ai volontari veniva detto di mangiare pensando agli effetti salutari degli alimenti, le quantità di cibo introdotte erano ridotte rispetto alle quantità di cibo scelte quando veniva chiesto loro di pensare al piacere legato al cibo, o al mangiare pensando di dover  restare sazi fino all'ora di cena.
Quindi quando ci relazioniamo al cibo pensando a quanto sia gustoso piuttosto che salutare, si attiverebbero le aree del cervello deputate alla ricerca del piacere e le quantità di cibo che mangeremo aumenteranno.
Questa ricerca è solo uno spunto per capire che quello che pensiamo mentre mangiamo influenza la nostra alimentazione. 
Se per esempio mentre stiamo mangiando un piatto di insalata pensiamo che mangiare "sano" sia una fatica, sia ingiusto o una tortura, difficilmente riusciremo a predisporci positivamente nei confronti di un nuovo piano alimentare. Da qui in poi potreste scegliere di abbandonare tutto, piano alimentare, nutrizionista, psicologa.  E se inizialmente vi sentirete bene, nel lungo termine vi sentirete in colpa che vi farà  entrare in un circolo vizioso che complicherà il raggiungimento del vostro obiettivo.

Il mio consiglio è: imparare ad ascoltare i pensieri sabotanti negativi e le emozioni correlate può aiutarci a cambiare prospettiva a livello alimentare e a mantenere tale cambiamento. 


E tu cosa pensi mentre mangi?

mercoledì 21 novembre 2018

Cosa ci blocca nel dire NO?

Il pensiero di ferire l'altro e di essere maleducati. Il nostro interlocutore ci giudicherà negativamente e si allontanerà da noi perdendo il suo affetto.
In poche parole il timore di essere giudicati come dei maleducati e insensibili e non degni d'amore. 

Ma quello che pensiamo non corrisponde alla realtà, rappresenta un nostro modo di vedere il mondo determinato da  condizionamenti familiari e culturali.
Dire NO non equivale ad essere maleducati o insensibili, ma significa rispettarsi e farsi rispettare.

Anche per me è stato difficile imparare a dire di  NO, perché  prevaleva la paura di ferire o di sentirmi maleducata e soprattutto di rimanere sola.

Per imparare a dire no e rispettarti, potresti partire da questo  semplice esercizio che mi è stato molto utile: con tono gentile rispondi ad una richiesta che non puoi realizzare con un'alternativa.

⛳Ti faccio un esempio. Il tuo compagno ti chiede di vedervi in serata ma tu hai già preso un impegno con amiche per andare al teatro. Ti farebbe piacere vederlo, ma allo stesso tempo non vorresti rinunciare all'uscita con le amiche.
Potresti rispondere  subito" Si va bene" perché ti fa piacere, ma dovrai disdire con le amiche e rinunciare.   Se vuoi iniziare a imparare a dire NO e non sentirti in colpa,  potresti rispondere così:  " Vorrei poterti vedere, ma oggi ho già preso un impegno con amiche. Possiamo vederci domani, se ti va bene".
✅In questo modo avrai espresso il tuo NO educatamente rispettando l'altro,  ma soprattutto rispettando te stessa e
i tuoi impegni. 
In questo modo ti starai esercitando sul dire NO senza sentirti in colpa e allo stesso tempo sulla tua autostima, perché i tuoi impegni e i tuoi bisogni  non sono meno importanti di quelli degli altri.

Per voi è stato o è difficile dire NO? Fatemi sapere anche privatamente,  risponderò alle vostre domande.

martedì 13 novembre 2018

Come gestire un conflitto


Mi è capitato spesso di ascoltare storie di pazienti che preferivano scappare di fronte a una discussione con un familiare, o al lavoro o con il compagno,  per evitare in tutti i modi il conflitto. 
Ma cosa ci spinge ad evitare di esprimerci?
La motivazione che spinge ad evitare è credere che il conflitto sia necessariamente negativo. La prima definizione che ci viene in mente sulla parola conflitto è "guerra", violenza, aggressività, con conseguenze come rottura dei rapporti, perché è questa l'immagine che ci è più familiare.
In effetti il conflitto può essere considerato negativo, quanto positivo.
E' negativo quando: 


  • vogliamo vincere sull'altro
  • consideriamo le critiche come un attacco personale
  • siamo egoisti

Quindi il conflitto ha un lato oscuro, ma è anche parte integrante della nostra vita, è fisiologico. Tutti i giorni ci confrontiamo con gli altri che hanno idee diverse dalla nostre e questo può creare una discussione se siamo chiamati a prendere una decisione.

Evitare il conflitto tenendo per sé le proprie idee, ed emozioni genera nel tempo stress, malessere e solitudine.
Vivere in comunità, in famiglia o in coppia significa dialogare e dal dialogo può nascere il conflitto.
Non possiamo evitarlo per sempre ma dobbiamo imparare a gestirlo al meglio.

Ma come?

👉Innanzitutto è importante riconosce il conflitto e definirlo in un nuovo modo: come un momento fisiologico di confronto con l'altro. Per esempio dire ad un amico "Non mi chiami mai" potrebbe innescare una discussione, una divergenza di opinioni. In questo caso è importante capire che stiamo di fronte ad un conflitto. Quindi esprimere le proprie idee e 👉👉👉
👉 non voler vincere sull'altro, ma l'obiettivo è trovare una soluzione condivisa
👉 Per trovare una soluzione E' importante esprimere le proprie idee ed emozioni nel rispetto di quelle altrui e le parti dovrebbero dirsi cosa vogliono ottenere dal conflitto
👉 A questo punto si possono prendere in considerazione delle soluzioni considerando l'altro non come un avversario 
👉 ma una persona che va Ascoltata attivamente

Tutto questo è possibile se l'altro è ben disposto e si trova sintonizzato con noi sulla ricerca della soluzione.
Nei casi in cui l'altro vuole primeggiare o sopraffare, è meglio interrompere la discussione e chiedere una pausa di riflessione.
Non sempre è facile tutto questo, gran parte dipende da che tipo di stile di comportamento si ha di fronte al conflitto e soprattutto quanto si è consapevoli di quello che sta accadendo dentro di noi e intorno a noi.




Ti lascio questa massima per riflettere

Non dobbiamo temere i conflitti, i contrasti e i problemi con noi stessi e con gli altri, perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi. (Charlie Chaplin)

lunedì 5 novembre 2018

Come affronatre meglio l'inizio della settimana: quattro utili consigli

Ogni giorno è una nuova opportunità per ricominciare. Ogni giorno è il vostro compleanno.
(Dalai Lama)




Cominciare una nuova settimana non è sempre facile.

Sappiamo tutti che ci aspettano incastri formidabili fra lavoro e famiglia, organizzazione della casa, organizzazione del tempo per sé con tutto il resto. Tutto questo alle volte può agitarci ed ecco che il Lunedì viene percepito come la fine del week end, fine della libertà e l'inizio delle responsabilità, dei doveri e degli impegni. 

L'ansia si fa sentire molto forte alimentata dal pensiero di non riuscire a farcela, di non riuscire a far fronte a tutto e non sentirsi all'altezza.  Il vivere con troppe "doverizzazioni"  ci appesantisce  e la settimana può sembrarci insuperabile!

L'agitazione, in alcuni casi, compromette anche il riposo della domenica: potremmo avere mal di testa, dolori alle spalle, palpitazioni. Potremmo sentirci sotto  stress  a causa di un'insonnia iniziale e temere di non essere sufficientemente riposati per affrontare il lunedì.

Cosa fare per affrontare meglio l'inizio della settimana?


👍  Il mio consiglio è definire il lunedì in modo diverso, non come la fine del week end ma come un nuovo inizio da vivere, da organizzare. 




 👉 inizia la giornata come se fosse il tuo compleanno:  dedicati almeno 30 minuti per una camminata, per  una corsa o qualsiasi altro che sia compatibile con i tuoi impegni. Pensare prima a te ti farà sentire  più energica per gestire al meglio il nuovo inizio.



👌 Gli impegni si possono condividere. Ricorda di delegare e non caricare tutto su di te.



💁 Goditi la domenica all'aria aperta, con amici o i tuoi familiari. Se inizi a pensare al lunedi con ansia scrivi su un foglio tutti i pensieri che ti agitano. Poi prendi il foglio e chiudilo in un cassetto. Cerca di stare nel presente il più possibile, non permettere ai pensieri sul futuro di rovinarti la giornata.


Buon inizio a tutti e buona settimana!

venerdì 2 novembre 2018

Cosa è la morte?


A Mia nonna,

La piccola libellula viveva con le altre larvette, sue sorelle, sul fondo dello stagno, dove giocavano, si nutrivano, si difendevano dagli assalti dei pesci grandi. Poi un giorno decise di salire in superficie e di scoprire cosa c’era fuori. Un gesto coraggioso, accompagnato però da una promessa: “Tornerò a raccontare quello che ho visto”.
Le piccole larve, infatti, non capivano cosa succedesse lassù e perché tutte le loro sorelle più grandi, una volta intrapreso quel misterioso viaggio, non fossero mai tornate.
Quando toccò alla libellula coraggiosa arrampicarsi su uno stelo lunghissimo per affiorare in superficie, rimase senza fiato: pervasa dai raggi del sole, dalla bellezza delle ninfee, dai fiori colorati, dalla grandiosità della natura e del cielo… ora le erano spuntate le ali!
La felicità della scoperta fu presto offuscata dalla consapevolezza che non avrebbe potuto mantenere la promessa fatta alle sorelle: ormai non respirava più nell’acqua, come le larve, e non avrebbe potuto ritornare da loro a raccontare ciò che c’era lassù, sopra lo stagno. Non c’era nulla che potesse fare per tenere fede alla parola data. Questo era il destino di tutte le libellule. 
La malinconia della libellula non durò molto, perché sapeva che anche le sue sorelle, un giorno, avrebbero volato felici sopra lo stagno. E avrebbero capito quello che era successo. Un giorno, tutte si sarebbero riunite lassù e questo pensiero cancellò la sua tristezza. (La storia della libellula coraggiosa“ Chiara Frugoni).

Questa è la storia che una mamma racconta al suo bambino per spiegargli la morte del nonno. 
La morte è come un viaggio che da vivi non possiamo capire. Possiamo provare ansia e paura, ma fa parte del ciclo di vita.
E' una storia che attraverso la metafora del viaggio parla della perdita, della separazione definitiva da una persona cara. Allo stesso tempo ci mostra un modo per reagire a questa: immaginare cosa ci sia dopo. Un modo differente di vedere la morte, come un continuo, non la fine.


Dalla storia si capisce che la morte provoca reazioni di sofferenza molto forti sia per chi resta sia per chi va via: non riusciamo a capire, ad accettare di non poter più parlare con il nostro caro, non sentire più la sua voce, non vederlo più.
Come nella storia la separazione fra le libellule è un evento negativo che spaventa, così la morte per noi è un evento spaventoso perché non possiamo più vedere il nostro caro. Non possiamo più sentirlo, parlarci e sapere come sta.
Ma se impariamo a vedere la morte come un evento naturale e accettarlo potremmo riuscire  a reagire alla perdita e al dolore che proviamo in modo più sereno. 

E' importante accettare la morte, non averne paura perché non è qualcosa che finisce ma è un momento che fa parte della vita. 

Con l'elaborazione del lutto si supera la perdita e si riprende gradatamente la propria vita, ognuno con i propri tempi. In molti casi  il processo di elaborazione si blocca, non si accetta la perdita e sentimenti di rabbia e ansia si sostituiscono al dolore e all'accettazione. Ci si sente apatici, privi di motivazione, tristi e ci si isola dal mondo.



Cosa possiamo fare se ci accorgiamo di non stare bene, nonostante sia passato già del tempo dalla morte del nostro caro?


👉 Non stare soli: chiedi aiuto ad amici, parenti, o persone che hanno già affrontato situazioni    simili


👉 Attiva un rituale di separazione per  lasciar andare la persona che è morta: per esempio andando al cimitero, scrivendogli una lettera per salutarla, scrivendogli una lettera  per trasformare la tristezza in gratitudine

👉scrivi tutte le emozioni che provi, ti aiuterà a riconoscerle e accettarle. Accettare la sofferenza per la perdita ed esprimere il dolore è utile per trovare un modo di reagire alla mancanza del caro 

👉 prenditi cura di te con una buona alimentazione, sport e riposo










giovedì 25 ottobre 2018

Prendere una decisione, come?

"Che decisione prendo? Cosa faccio? "

E' una domanda che risuona spesso nella vita di tutti, e che alle volte ci mette  in blocco perché la paura di sbagliare  e di non fare la cosa giusta è forte. Ed ecco che evitiamo,  rimandiamo una decisione, o chiediamo sempre agli altri un parere. Tutto questo incrementa ansia, frustrazione e tristezza.
Qualsiasi sia la scelta, grande o piccola, i dubbi alle volte ci assillano e allontanano da una soluzione.
 
La causa? Poca flessibilità nel pensiero.

Cosa fare?Come possiamo sbloccarci e diventare più flessibili?

Vi suggerisco la tecnica dei "sei cappelli per pensare" ideata dall'esperto americano di problem solving e pensiero creativo E. De Bono. Questa tecnica è efficace in gruppo, ma si possono ottenere buoni risultati anche individualmente, quando si è alla ricerca di una soluzione sul da farsi.

In cosa consiste questa tecnica?

Ognuno di noi, in funzione del tipo di educazione che ha ricevuto, indossa prevalentemente un "cappello", o forse due, che metaforicamente rappresentano un certo modo di pensare e di interagire con il mondo. Ogni cappello ha un colore, come vedi dalla foto, e ogni colore rappresenta un modo di vedere la realtà che influenza il modo di agire.  


 ✋Usare prevalentemente un solo cappello è una modalità  troppo rigida e  troverai difficoltà nel cercare una soluzione o fare una scelta, per esempio: "accetto un nuovo lavoro o mi accontento del mio lavoro attuale"? oppure "continuo a vivere in famiglia o mi cerco casa e vado a vivere solo?" 
Quindi De Bono sottolinea l'importanza di cercare di indossare  i sei  "cappelli" prima di prendere una decisione.

 Perché?
👉ci aiuta a vedere il problema da differenti prospettive, ogni volta che  si cambierà "cappello"  si vedrà la realtà sotto una luce differente 
👉 ci aiuta ad uscire dal binario di pensiero che ci appartiene quindi il nostro pensiero sarà più flessibile
👉 ci aiuta a tenere separate le emozioni che si potrebbero sovrapporre procurandoci confusione e rallentare la ricerca della soluzione

Come si applica la tecnica?  
Di fronte a una scelta  cerca di indossare un cappello alla volta così da vedere la situazione da diverse prospettive e trovare una soluzione senza confusione.


E tu che cappello indossi quando devi prendere una decisione o trovare una soluzione?

💁Prova questa tecnica e fammi sapere come va!!

lunedì 22 ottobre 2018

Si può conciliare il lavoro di mamma con la propria professione? 


Ti racconterò la mia storia.

Sono una psicologa psicoterapeuta e quattro anni fà sono finalmente diventata mamma. Dico finalmente perché ho sempre sognato di essere una mamma e di avere una famiglia numerosa con tanti bambini. Nelle mie fantasie mi vedevo "mamma" e "lavoratrice" in carriera, capace di gestire tutto e senza bisogno di nessuno. Nella realtà conciliare la vita lavorativa con le esigenze del mio amato bambino si è rivelato molto più difficile del previsto. La nascita ha sconvolto tutti i ritmi familiari, e ci è voluto qualche tempo per adattarmi ai nuovi ritmi.
I primi mesi di vita del bambino mi sono dedicata completamente a lui, ad allattarlo e accudirlo perché bisognoso di contatto e cure. Ammetto di aver lasciato il lavoro per almeno un anno. Ero molto stanca e sconvolta dal parto e dai nuovi ritmi.
La mia vita lavorativa è rallentata e si è modificata, ma non ho mai pensato di mollare. Non è facile conciliare le due realtà, ma è possibile. 
 Come? Come sono sopravvissuta?

👉Accettando di rallentare a livello lavorativo senza abbandonare mai. Il  bambino cresceva e non aveva bisogno di me allo stesso modo. Gradatamente alla sua crescita, mi prendevo più spazi e tempo per lavorare. Il tutto è avvenuto molto gradatamente
👉Pianificando la giornata e gli impegni: facevo una lista delle cose da fare durante la giornata stabilendo un ordine di priorità e delegando tutto ciò che non potevo realizzare
👉 Ho modificato uno stereotipo che incrementava in me tanti sensi di colpa " Una brava mamma sta a casa con il suo bambino sempre".  Ho capito sulla mia pelle che per essere una mamma serena è necessario sentirsi soddisfatta come donna e a livello professionale. Quindi ho cercato ogni tipo di aiuto, nonni, baby sitter, nido, marito, pur di continuare a mantenere il mio lavoro.
👉Accettando di non dover essere perfetta sempre e comunque: per esempio posso dimenticare qualcosa che riguarda la gestione della casa ma vado bene lo stesso.  Ho cercato di superare i sensi di colpa nei confronti di mio marito non attribuendo più tutta la responsabilità solo a me stessa:  non vivo sola in casa, ho un marito! 
👉 Modificando i sensi di colpa nei confronti di mio figlio: lasciarlo per qualche ora non significa abbandonarlo o non essere una buona mamma. Anche questo punto non è stato facile per me, ma state tranquille per questo vi aiuterà il vostro istinto e il vostro bambino💜. Per me è stato così.
Non esiste una formula magica efficace per tutte, ma ascoltando le storie di altre mamme lavoratrici  si possono avere spunti di riflessione e rinforzare la fiducia in noi stesse. 

Anche io sono in cammino e sapere che sentirmi realizzata professionalmente mi rende più serena come madre è la base per continuare e impegnarmi a non mollare😊

mercoledì 17 ottobre 2018

Avere il coraggio di essere se stessi

Da dove possiamo partire per incrementare l' autostima?
Il primo passo è avere il coraggio di essere se stessi. 

Ma cosa significa esattamente?
Per iniziare è importante un lavoro quotidiano di consapevolezza, tralasciando il confronto con gli altri e abbandonando un pensiero negativo e giudicante su di sé.

Come? 
  1. Potreste iniziare da oggi a riconoscervi almeno una qualità positiva al giorno. L'autostima è la stima che una persona ha di sé, è la risultante dell'interpretazione rispetto all'aspetto fisico, alle competenze, e rispetto ai risultati ottenuti. Iniziare a riconoscere il positivo che è in voi è un inizio per incrementare l'autostima.
  2. Concentratevi e descrivete una situazione nella quale vi siete sentiti fieri di voi o avete avuto successo
  3. Concentratevi sul messaggio più positivo che i vostri genitori vi hanno trasmesso
  4. Rinunciate alle manie di perfezionismo che vi portano a credere di non essere abbastanza. Da oggi il messaggio può essere "ho il diritto di fare bene, nessuno mi chiede di essere perfetto".
E per iniziare a lavorare su di voi vi lascio questa breve storia:

Un re andò nel suo giardino e trovò alcuni alberi e delle pianticelle morenti mentre alcuni fiori erano appassiti. Cominciò a chiedere alle piante la ragione di questo stato. La quercia disse che stava morendo perché non  poteva essere alta come il pino. Osservando il pino, il re lo trovò sofferente, perché non poteva portare i grappoli come la vite, e la vite stava morendo perché non poteva fiorire come la rosa.
Infine trovò una pianta di viola, fresca e fiorente come sempre. Alla domanda del re la pianta rispose: "mi è sembrato scontato che quando tu mi hai piantato volevi una viola. Quando hai desiderato una quercia, un pino, una rosa, hai piantato quelle. Allora ho pensato: visto che non posso fare altro che ciò che sono, cercherò di manifestarmi al meglio di me stessa".


sabato 13 ottobre 2018

Il miracolo non è quello di camminare sulle acque, ma di camminare sulla terra verde nel momento presente e d’apprezzare la bellezza e la pace che sono disponibili ora.


(Thich Nhat Hanh) 

A cosa prestate attenzione nella vostra vita?

Vi è mai capitato di sentirvi molto sfortunati e di vedere solo quello che non va o che non vi piace? Come se non funzionasse niente tanto da sentirvi un completo fallimento? 

Tutto questo rende difficile vivere nel presente.

Un utile esercizio in questi momenti è elencare quello che avete. Non sarà facile ma è importante ritagliare qualche minuto  e scrivere su un foglio ciò che si ha. Scrivere  e poi rileggere vi tornerà utile per  bloccare il pensiero negativo e sopportare meglio la tristezza.

Quindi quanto tempo vi dedicate a riflettere su ciò che avete? 

Se la risposta è mai, allora da oggi  dovreste organizzare meglio il tempo e ritagliarvi qualche minuto e riflettete su:

 👉tutto ciò che avete intorno a voi oggi
👉gli obiettivi che avete raggiunto ad oggi
👉tutte le cose belle e positive che oggi sono intorno a voi, anche se piccole, anche se diverse dal vostro ideale, ma comunque belle



  



lunedì 8 ottobre 2018


"Come si fa, quando non si ha mai rischiato nulla nella vita, a incominciare a rischiare? che cosa può dare la spinta, lo slancio per portarsi ai limiti del familiare, e uscirne?
Per molte donne è un senso di disperazione" ( Colette Dowling "il complesso di Cenerentola")


Vi è mai capitato di non sentirvi realizzate a livello professionale? di sentirvi bloccate, con sensi di colpa verso il vostro compagno e figli? Volervi realizzare ma non capire perché non riuscite a trovare una soluzione? 

La ricercatrice e scrittrice Colette Dowling parla di  Complesso di Cenerentola. 


Di cosa si tratta?

 E'  il bisogno di trovare  "un principe azzurro" che "ci  salvi", ci ami e ci protegga. 


Secondo la scrittrice questo bisogno nasce da una forte ansia per il futuro e dalla paura inconsapevole di essere indipendenti. Essere indipendenti significa farcela da sole e questo spinge, in modo inconsapevole, alla ricerca di sicurezza in un compagno o marito. Si tralascia la propria realizzazione perché si ha paura del futuro, e si preferiscono ruoli come quello di madre e  di moglie, che rappresentano ruoli stabili e certi. 
Il bisogno di appoggiarci a qualcuno ha origini nell'infanzia e ci porta a un riduzione dell'autostima. Ci sentiamo in difficoltà  nell' assumerci delle responsabilità e il senso di inefficacia ci blocca a livello personale e professionale. E la dipendenza dall'altro non è più solo economica ma anche emotiva.
Le conseguenze per non aver realizzato sé stesse si manifestano con il tempo: delusione, frustrazione e tristezza.

Che cosa fare?

Se ti sei identificata in questa descrizione, ecco alcuni consigli che possono aiutarti

👉Diventare consapevoli del timore di restare sole: questo è il primo passo verso l'indipendenza
👉il bisogno di essere "salvata"può capitare  ma non come costante
👉Darsi degli obiettivi senza avere paura di fallire: quindi mettete in discussione tutti i pensieri negativi che vi fanno vedere il futuro come catastrofico.
👉Partire da ciò che vi piace senza chiedere necessariamente l'approvazione altrui

Se vuoi saperne di più  o ai dubbi e domande sono a tua disposizione


giovedì 4 ottobre 2018

Paura



"Fai almeno una volta al giorno una cosa che ti spaventi e vedrai che troverai la forza per farne altre" (Chiara Parenti - Per lanciarsi dalle stelle)












 Se la paura di sperimentarti in ciò che è nuovo è una costante fissa, leggi questo romanzo, ti aiuterà a capire come la vera forza per superare le paure inizia agendo!

😊Buona lettura e fammi sapere cosa ne pensi