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giovedì 28 settembre 2017

Settimane del benessere psicologico in sardegna: Incontri e seminari gratuiti con lo psicologo a cagliari




Vi comunico che nel mese di Ottobre si svolgerà l'evento dedicato al benessere psicologico, patrocinato dall'Ordine degli Psicologi della Sardegna. Verranno organizzati a Cagliari e in tutta la Sardegna seminari e workshop di divulgazione e di approfondimento psicologico. La partecipazione è gratuita ma è necessario prenotarsi contattando i singoli colleghi. Il  programma prevede  anche gli “Studi aperti”, cioè un primo incontro conoscitivo con lo psicologo. Anche in questo caso è necessaria  la prenotazione. Nella locandina sopra troverete i miei seminari e ogni venerdì il mio studio sarà aperto per incontri conoscitivi gratuiti. Ricordo  che è necessario prenotarsi, pertanto vi lascio il mio recapito telefonico e mail:  3204566956 
dafneguandalini@live.com 

A presto

Dott.ssa Guandalini Dafne




























Assertività: mi può aiutare a gestire la rabbia?

Un modo efficace per gestire la rabbia è imparare a comunicare in modo assertivo. 
Ma di cosa si tratta? cos'è l'assertività?
L'assertività,  parola che ha origine dal latino "asserere" che significa "asserire", è uno stile di comportamento che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l'interlocutore (Wikipedia).
Quindi per una comunicazione assertiva è importante riconoscere  i propri bisogni, emozioni e desideri ed esprimerli nel rispetto di sé e dell'altro.

Questo stile comunicativo può risultare difficile per chi è abituato ad una comunicazione più passiva, ma comunicare in modo assertivo si può apprendere con un buon esercizio. 
Ma da dove iniziare? 
Prima di tutto è necessario acquisire amore per sé stessi incrementando la propria autostima. Solo chi ama sé stesso riconosce i propri bisogni e pregi e potrà mettersi in relazione con gli altri senza sentirsi né inferiore né superiore. E soprattutto si riconoscerà il diritto di esprimersi perché si sente allo stesso livello degli altri. Un primo esercizio potrebbe essere annotare su un foglio, ogni giorno, una qualità positiva che ci caratterizza. Riconoscendoci delle qualità impareremo ad essere "autentici" cioè liberi di esprimere le nostre emozioni nel rispetto di sé e degli altri. In questo modo possiamo autoaffermarci.

In secondo luogo è importante imparare a riconoscere gli elementi e le regole che governano il mondo della comunicazione.
Per esempio potremmo esercitarci a fare affermazioni che iniziano con il pronome "io" piuttosto che "tu" per agevolare una comunicazione assertiva. 
Facciamo un esempio: quando siamo arrabbiati  spesso  ci sfoghiamo direttamente con la persona rivolgendogli  tutte le cause del nostro malessere. Le  conseguenze alle volte sono incalcolabili.   E' ovvio che esprimere la nostra rabbia contro la persona che ci ha deluso,  ci libera temporaneamente  dal fastidio, ma nel lungo termine potrebbe aggravare la situazione fra noi e l'ambiente. Ambiente che rappresenta gran parte della nostra vita e delle nostre relazioni.
Se desideriamo trovare un giusto compromesso per stare bene ma non distruggere quello che ci circonda è fondamentale esprimere la rabbia assertivamente.
La rabbia è assertiva quando è rivolta al comportamento e non alle persone, e quando è orientata a risolvere il problema. 
E' utile esprimere la propria emozione di rabbia verso il comportamento altrui senza biasimare l'altro e senza usare un linguaggio provocatorio. E iniziando, appunto, la comunicazione con il pronome "Io".







lunedì 19 giugno 2017

Come gestire la rabbia con la psicoterapia cognitivo comportamentale?

La rabbia come la paura è un'emozione di base fondamentale per la nostra sopravvivenza. Ci segnala infatti che qualcosa ci sta intralciando nel raggiungimento di un'obiettivo. Di conseguenza la rabbia si manifesterà con reazioni che fanno parte dell'impulso di " lottare, fuggire o bloccarsi" davanti alle minacce e rappresentando la parte combattiva.
Le reazioni di rabbia possono essere positive quando aiutano a farsi valere con fermezza mantenendo buone capacità di ragionamento, ma possono essere anche essere negative quando  provocano conseguenze distruttive e l'aggressività è eccessiva.









Come gestire quindi la rabbia negativa con la psicoterapia cognitivo comportamentale?

  1.  Riconoscere prima di tutto i segnali di preavviso.  La rabbia si manifesta con cambiamenti fisici importanti come aumento del battito cardiaco, sudorazione, tensione muscolare, digrignare i denti, sensazione di tensione. Ascoltando consapevolmente il nostro corpo  prima che la rabbia annebbi la nostra mente, possiamo decidere di non farci sopraffare da questa e trovare  soluzioni più adatte alla situazione
  2. Disarmare la collera altrui con l'ascolto
  3. Rinunciare ad avere sempre l'ultima parola: quando il litigio può portare a reazione eccessivamente aggressive e a entrare in un circolo vizioso senza via d'uscita, preferire il time out evitando di esprimere comunque la propria opinione. Quindi  è più efficace bloccare la discussione e riprenderla quando si sarà più calmi. Inoltre è stato messo in evidenza da Wells,  consulente presso il Dipartimento di psicologia Clinica dell'università di Manchester  (2012), che rimanere fermi senza fare nulla quando si è arrabbiati permette al "pensiero arrabbiato" semplicemente di poter andare via così come è arrivato, senza essere alimentato con ulteriori attività di sfogo che possono mantenerlo attivato e vivido
  4. Fare esercizio fisico per liberare energia negativa  accumulata durante il giorno
  5. Fare esercizi di respirazione quando si avvertono i segnali di preavviso. se è possibile allontanarsi  si possono chiudere gli occhi per qualche minuti e concentrarsi su inspirazioni ed espirazioni
  6. Tenere un diario delle situazioni che attivano la rabbia negativa e di tutti i pensieri negativi che incrementano la rabbia.  Esempio di PENSIERO NEGATIVO : " se evito lo scontro sono una persona debole". E' importante non credere a tutti i pensieri ma metterli in discussione sostituendoli con pensieri più realistici e positivi.

Dott.ssa Dafne Guandalini
Psicologa Psicoterapeuta
Ricevo ad Assemini
Piazza della Conciliazione 3







martedì 13 giugno 2017

come può aiutarmi lo psicologo?

Ritengo che sia fondamentale capire chi è lo psicologo e per fare ciò parto dalla definizione di salute dell' Organizzazione Mondiale della Sanità. 

 La salute è "uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale"; la salute pertanto non è solo assenza di malattia o di infermità ma equilibrio mentale connesso a una soddisfacente qualità di vita.

Lo psicologo  è quindi una delle diverse figure professionali che si occupano di promuovere e sostenere il benessere mentale e aiutare le persone che vivono in momenti di difficoltà a raggiungere una buona qualità di vita. Lo psicologo è laureato in psicologia iscritto all'albo professionale. "La professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.” (Art. 1 — Legge 56/89).
Lo psicologo è solitamente specializzato in psicoterapia che consente di utilizzare delle tecniche di gestione dei sintomi che causano disagio e sofferenza. Lo psicologo però rispetto al neurologo e allo psichiatra non può prescrive assolutamente farmaci poiché non è un medico.

Può capitare lungo il percorso della nostra vita di sentirsi tristi, ansiosi, insoddisfatti e di sentire di non farcela da soli ma di avere bisogno di un aiuto esterno. Spesso ci vengono in mente amici, familiari, il proprio compagno, o  giornali e libri di auto aiuto. Ma nonostante il sostegno di queste persone il senso di tristezza e di dolore permangono compromettendo il normale funzionamento personale.
Lo psicologo - psicoterapeuta  aiuta a superare il disagio emotivo in modo differente da un amico:



  • Non da consigli ma cerca di analizzare le cause del malessere presente guardando alla persona nella sua interezza
  • Aiuta la persona ad essere più consapevole dei suoi vissuti, delle sue emozioni e dei suoi pensieri negativi che influenzano il suo comportamento e la sua realizzazione
  • aiuta con tecniche specifiche ad  elaborare traumi del passato che  possono influenzare la vita presente  e futura
  • Non giudica come potrebbero fare gli amici e i parenti
  • non ha una visione di parte ma obiettiva e tutto quello che gli viene raccontato è coperto dal segreto professionale
  • stabilisce obiettivi specifici con il paziente per promuovere l'autostima e il superamento dell'evitamento delle situazioni temute
Il percorso di psicoterapia è un investimento sulla propria salute al pari di rivolgersi a un medico per un problema organico.
Quindi a patto di trovare il giusto professionista si inizia la terapia essendo in un modo e la si concluderà essendo cambiati.
La psicoterapia è cambiamento. 

Dottoressa Dafne Guandalini
Psicologa Psicoterapeuta
Ricevo ad Assemini
Piazza della conciliazione 3.




mercoledì 7 giugno 2017

Quali pensieri influenzano negativamente l'autostima?


L'autostima come capacità di accettarsi e volersi bene può essere influenzata negativamente dal nostro atteggiamento mentale e dialogo interno.


Facciamo qualche esempio di pensieri negativi che possono influenzare la nostra autostima, compromettendo la realizzazione di noi stessi  e il rapporto con gli altri.

Utilizzare un filtro mentale enfatizza gli aspetti negativi di una situazione facendoci tralasciare gli aspetti positivi. Questo atteggiamento mentale  ci farà sentire sbagliati e accentuerà la tristezza.
Un esempio di filtro mentale è descrivere una cena organizzata con amici come un completo disastro perché pioveva, il cibo non  è piaciuto e il dolce era cattivo.
In realtà  se analizziamo la situazione con obiettività della pioggia non si è lamentato nessuno e tutti hanno mangiato senza lamentarsi e si sono divertiti.

Spesso utilizziamo verbi doverizzanti come " devo" "Bisogna". Questi verbi ci fanno sentire controllati da qualcuno mentre per innalzare l'autostima è fondamentale sostituire tali verbi con " Io voglio" " io decido".

Quando commettiamo un errore spesso ci attribuiamo un'etichetta tipo " sono un' idiota". in questo modo viene colpita la persona. E' più opportuno riconoscere l'errore nel nostro comportamento senza colpire noi stessi.

Usiamo la colpevolizzazione tipo " è tutta colpa mia se..." o colpevolizziamo gli altri  (vittimismo) senza riconoscere le nostre responsabilità.


Possiamo modificare tali pensieri e migliorare l'autostima?
E' possibile modificare i pensieri negativi prendendo consapevolezza e trasformandoli in pensieri positivi guardando la situazione nel suo complesso e con obiettività.
Questo è un lavoro  che viene fatto insieme all'aiuto dello  psicoterapeuta cognitivo comportamentale all'interno di un percorso di psicoterapia.
Si lavorerà sui propri pensieri, sulle emozioni negative alla ricerca di sé stessi e del proprio valore.

Dott.ssa Dafne Guandalini
Psicologa Psicoterapeuta
Assemini

lunedì 5 giugno 2017

Come può aiutarmi lo psicoterapeuta a gestire l'ansia eccessiva?

L'ansia è una complessa combinazione di emozioni che includono paura, apprensione e preoccupazione. 
Spesso è accompagnata  da manifestazioni somatiche come palpitazioni, respiro accelerato, sudorazione eccessiva, brividi, capogiro  e manifestazioni intestinali. 


L’ansia va distinta dalla paura. La paura è un'emozione primaria che si caratterizza per una reazione funzionale e immediata ad affrontare un pericolo, mentre l’ansia si focalizza sull'affrontare una preoccupazione rispetto a un evento futuro che non si è ancora verificato. La paura si caratterizza per l' “immediatezza” di reazione di fronte ad un pericolo presente,  in contrasto l'ansia per la “previsione” rispetto ad un pericolo futuro che potrebbe verificarsi.

L’ansia e la paura non sono necessariamente emozioni “cattive”, ma al contrario possono avere una funzione adattiva. 
Con la paura si attiva la  risposta di “attacco o fuga” che ci aiuta a utilizzare tutte le nostre risorse per affrontare una minaccia o, in alternativa, fuggire da essa. Una reazione di paura può pertanto salvarci la vita.
Anche  l’ansia può aiutare ad individuare minacce future e aiutarci a  progettare soluzioni rispetto a ipotetici scenari nei quali potremmo essere coinvolti. 

Ma quando l'ansia  e la paura diventano eccessive e persistenti perdono la loro funzione adattiva  compromettendo il nostro funzionamento. In questa situazione di eccessiva preoccupazione le reazioni ansiose vengono generalizzate a una serie di situazioni ‘neutre’ provocando un comportamento di evitamento che aiuta, momentaneamente, a calmare l'ansia. Ma nel lungo periodo  ci allontana dai nostri impegni  e obiettivi rendendoci  più fragili.



Quando rivolgerci ad uno psicoterapeuta?
Quando ci rendiamo conto che l'ansia e la pura ci portano ad evitare situazioni o azioni come prendere la macchina, uscire soli, fare amicizia,  che solitamente compivamo tranquillamente. Quando sentiamo una forte tristezza e i nostri pensieri sono del tipo "Farò una figuraccia, Non sarò all’altezza, Mi sentirò male…".
Lo psicoterapeuta ci aiuterà a prendere consapevolezza di ciò che ci sta accadendo e a neutralizzare i pensieri negativi alla base dell'evitamento. 
L'indirizzo della psicoterapia varia in base alla formazione del terapeuta.
Con la psicoterapia cognitiva si interviene sulla diminuzione dell’ansia e del rimuginio aiutando i pazienti a migliorare la capacità di tollerare, affrontare e accettare l’inevitabile incertezza della quotidianità (Dugas & Robichaud, 2007). Le strategie e le tecniche utilizzate includono ad esempio i training di consapevolezza dei propri stati ansiosile ristrutturazioni cognitive delle credenze irrazionali.  
Con la psicoterapia comportamentale si ridurrà l'ansia attraverso esposizioni in vivo e immaginative, tecniche di rilassamento e  gli esercizi di problem-solving.




giovedì 1 giugno 2017

Come contrastare la procrastinazione in quattro passi

In Psicologia si definisce procrastinazione quel comportamento che spinge a ritardare volontariamente un’azione o il raggiungimento di un obiettivo per paura del futuro nonostante non siano prevedibili conseguenze future negative. Si sceglie quindi  l'evitamento che da piacere ma purtroppo a breve termine.


Cosa fa il procrastiantore?  
Sostituisce attività importanti per sè stesso come esami, scadenze lavorative, impegni, con compiti e attività più piacevoli. In parole ancora più semplici rimanda a domani ciò che potremmo fare oggi.
Sarà capito a molti  di rimandare qualche impegno senza però abbandonare completamente i propri obiettivi; ecco questo è un comportamento che può capitare e quando si è stanchi o carichi di lavoro è comprensibile. Ma il procrastinatore invece rimanda in modo sistematico
Quali sono le cause psicologiche della procrastinazione?
La procrastinazione è legata a fattori psicologici ed emotivi come la paura di fallire e il perfezionismo.  
La persona  cerca di evitare di venire a contatto  con la paura di fallire e con la convinzione di essere incapace di affrontare un compito rimandandolo. Immediatamente starà   meglio e la quota di ansia e di stress si abbasseranno. 
Ma rimandare per stare bene non è altro che un' illusione: evitare di "fare" per non sentire l'emozione non elimina l'emozione, 







ma l'amplifica compromettendo la stima di sé.
Ecco quindi che quando è necessario cercare un nuovo lavoro, conoscere persone nuove, o avviare delle attività importanti, la paura ci spingerà a trovare sempre scuse plausibili per rimandare ciò che si vorrebbe o si dovrebbe fare. 
La procrastinazione causata dalla paura porta  ad immobilizzarsi, bloccarsi e ad essere incapaci di reagire.  Ci porta a credere effittivamente di non essere capaci. 
In questo modo verrà minata la vostra autostima e realizzare i vostri obiettivi sarà sempre più difficile.




Come contrastare la procrastinazione?





Possiamo partire ma qualche esercizio di visualizzazione come questo che vi riporto sotto:
  1. Scegliete um momento da dedicare a voi. Seduti comodamente chiudete gli occhi e concentratevi sul vostro respiro
  2. Visualizzate  il programma dei vostri obiettivi e al quando cominciare a realizzarli
  3. Immaginate di suddividere l'obiettivo in  piccoli sotto obiettivi  
  4. Ascoltate  le vostre frasi negative  e cercate di sostituirle con affermazioni positive e realistiche.
A questo punto con tranquillità trascrivete tutto su un quaderno e iniziate a FARE. Ricordatevi di riconoscere lo sforzo che state facendo e congratulatevi con voi stessi.

Buon inizio


Dottoressa Dafne Guandalini
Psicologa
  Psicoterapeuta
Ricevo ad Assemini piazza della conciliazione 3


martedì 30 maggio 2017

Come raggiungere gli obiettivi: mollare la presa per sentirsi bene!


Nell'arco della nostra vita ci sarà capitato di  essere bloccati, sempre al punto di partenza. 
Come se  fossimo su una barca e cercassimo di  allontanarci ma senza alcun risultato; cosa ci succede?La risposta sta nel fatto che non ci siamo resi conto di non aver  lasciato gli ormeggi. Pertanto nonostante gli sforzi il risultato non cambia. Resteremo bloccati sprecando energie  iniziando a credere di non avere le capacità di farcela. Gli ormeggi sono le NOSTRE convinzioni limitanti trasmesse dalla famiglia e dalla società.
Come l'uomo sulla barca non si rende conto che non ha lasciato gli ormeggi così noi non ci rendiamo conto di aver interiorizzato e accettato  convinzioni limitanti.

Quindi  come si fa a  lasciare gli ormeggi, a lasciare le convinzioni limitanti? 
Il lavoro che dovremmo iniziare a fare è quello di prendere consapevolezza delle convinzioni limitanti che ci bloccano e limitano nel raggiungere gli obiettivi e metterle in discussione.  Alcune delle nostre convinzioni  ci tengono prigionieri e bloccati sempre sullo stesso punto. 
Per esempio: 

  1. la felicità non esiste, 
  2. non riuscirai mai a trovare una soluzione, 
  3. è colpa tua se gli altri stanno male, 
  4. bisogna sempre aiutare gli altri e così via. 


Provate ora a riflettere su quali messaggi avete ricevuto e avete trasformato in convinzioni limitanti?
Tali convinzioni  condizionano il vostro comportamento, vi caricano di sensi di colpa e di emozioni negative?
Se si, è il momento di  "mollare la presa" e cioè  scegliere di lasciar andare.
Per esempio di fronte ad una situazione difficile sulla quale non abbiamo controllo decidere che è più importante la propria pace interiore e tranquillità. Mollare la presa significa anche accettare la realtà, infatti gran parte della sofferenza è causata dalla resistenza alla realtà.

Cosa  ci lega alle convinzioni limitanti?
Per rispondere  utilizzo un piccolo acronimo FOG utilizzato negli Stati Uniti che significa "nebbia" molto utile per capire cosa ci blocca dal abbandonare le convinzioni limitanti.

F= sta per "fear" paura. 
Quali sono le paure reali e immaginari che vi impediscono di mollare la presa?

O= sta per "Obligations obblighi. quali  obblighi vi impediscono di mollare la presa e andare avanti? Quali potete conservare perché coerenti con ciò che siete e quali potete eliminare dalla vostra vita?

G= sta per "guilt" colpa. Accettiamo paure e obblighi inutili perché altrimenti ci sentiremo in colpa. Colpevoli di far star male qualcuno, di non accontentare tutti e di dispiacere i nostri genitori.

Questo lavoro non è facile ed è per questo che lo psicologo può aiutarvi e supportarvi elaborando insieme le strategie migliori. Per un'iniziale presa di coscienza vi suggerisco di leggere " Quaderno d'esercizi per mollare la presa" e per qualsiasi aiuto o supporto resto a vostra disposizione.



lunedì 29 maggio 2017

STRESS

Capita spesso di sentirsi dire da amici e parenti  "tu sei stressata" quando si riferisce di non stare bene e di avere  mal di stomaco, dolori intestinali, tachicardia, insonnia, poca voglia di lavorare e così via. 

Ma cos'è lo stress e come si correla con queste manifestazioni?
Lo stress è una risposta psicofisica naturale e in alcuni casi ha la funzione benefica di attivare risorse e guidarci alla risoluzione di problemi. In questo caso lo stress è positivo e lo stimolo esterno è percepito come affrontabile e gestibile dalla persona. per esempio una promozione sul posto di lavoro.
ci sono però anche  stressor  nocivi  che determinano un’attivazione eccessiva dell'organismo così da comprometterne il buon funzionamento e le difese immunitarie.
Le manifestazioni somatiche ed emotive di disagio che ne conseguono vanno interpretate come un  tentativo  di  adattamento della persona a eventi esterni percepiti come eccessivi. 

Gli eventi   stressanti per la maggior parte delle persone possono essere  sia eventi piacevoli come il matrimonio, la nascita di un figlio o un nuovo lavoro, sia quelli spiacevoli come la morte di una persona cara, una separazione o il pensionamento. Ma in ogni caso è tutto soggettivo e dipendente dalle caratteristiche della persona in quel momento della sua vita.
Possiamo identificare come fonti frequenti di stress anche alcuni fattori fisici: il freddo o il caldo intensi, l’abuso di alcol o il fumo, ma anche serie limitazioni nei movimenti. Esistono inoltre fattori ambientali che ci espongono al rischio di stress, pensiamo ad esempio alla mancanza di un’abitazione, agli ambienti molto rumorosi, a livelli di inquinamento elevati. Ricordiamo, infine, le malattie organiche e i cataclismi.

Il primo a parlare di stress fu Selye, medico austriaco,  nel 1956 in " The stress of life"  identificandolo  come una Sindrome Generale di adattamento definita  da 

"risposte aspecifice dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso (Selye, 1976)".
La sindrome si evolve in tre fasi:
  1. Allarme: l'organismo risponde alle richieste dell'ambiente con meccanismi  di fronteggiamento sia fisici che mentali. Ad esempio con l'aumento del battito cardiaco, della pressione sanguigna o del tono muscolare.
  2. Resistenza: il corpo combatte per contrastare gli effetti negativi dell'affaticamento prolungato
  3. Esaurimento: se le sollecitazioni sono prolungate nel tempo, la persona subirà conseguenze sia a livello fisico che psichico. Le manifestazioni di malessere comuni sono  ansia, panico, depressioni.

Quali soluzioni adottare?



Innanzitutto è fondamentale saper riconoscere lo stress e  quale fase stiamo vivendo. Questo lavoro può richiedere un aiuto psicologico per elaborare vissuti emotivi negativi  e apprendere alcune strategie che ci permettano di fare un passo indietro e non essere travolti da ciò che accade, ad esempio praticando tecniche di rilassamento. Come per esempio il training autogeno.





Dottoressa Dafne Guandalini
Psicologa Psicoterapeuta
Ricevo ad Assemini Piazza della Conciliazione 3

lunedì 8 maggio 2017

Brani musicali che fanno stare bene: alcuni suggerimenti


Esistono brani musicali in grado di migliorare le nostre emozioni in momenti di difficoltà e aiutarci a provare emozioni positive?
Un ricercatore Jacob Jolij, docente di Psicologia Cognitiva e Neuroscienze presso l’Università di Groningen nei paesi Bassi ha creato una playlist di canzoni  che aiutassero a provare sentimenti positivi. Il ricercatore ha ideato una formula  che permettesse di capire quale tipo di brano  aiutasse a sentire emozioni positive migliorando l'umore delle persone.

La sua ricerca, commissionata da un brand britannico di elettronica Alba,  fu condotta su pazienti  del Regno Unito e della Repubblica d'Irlanda con l'obiettivo di valutare la loro preferenza musicale e cercare di capire quale elemento musicale permettesse un miglioramento del loro stato d'animo. (Jolij & Meurs, 2011).


Quindi  quando una canzone è una 'buona canzone'?




L'apprezzamento musicale è altamente personale e dipende fortemente dal contesto sociale e dalle associazioni personali. A questo proposito, l'idea di definire il brano capace di far  'sentire bene' risultava difficile, ma  la musica fortunatamente  ha caratteristiche specifiche che sono note per svolgere un ruolo importante nella ricezione emotiva: la composizione  in chiave maggiore,  in chiave minore e il tempo musicale.

La ricerca sottolineò come la scelta di comporre in chiave maggiore evocasse inconsciamente un’intonazione discendente, un elemento che nella comunicazione animale e umana è associata a sicurezza e dominio.
Mentre la scelta della chiave minore  inconsciamente evocava un’intonazione ascendente, di solito associata all’incertezza e alla sconfitta.
Dalla ricerca risultò che  il tempo musicale  che aiuta a sentirsi bene  era sostanzialmente superiore alla canzone pop. Mentre il tempo musicale delle canzoni pop è di circa 118 BPM, il tempo delle canzoni che aiutano a sentirsi bene era di circa 140-150 BPM.

Naturalmente, una canzone è più del suo punteggio. Anche i temi delle canzoni hanno la loro influenza. In prevalenza, le canzoni  trasmetteno emozioni positive quando trattano di temi positivi. 






sabato 4 marzo 2017

Ascoltare la musica per stare bene



Capita spesso di sentirsi insoddisfatti rispetto ai risultati ottenuti nella vita quotidiana o di perdere l'entusiasmo e la motivazione nel realizzare i propri sogni e desideri.  Si smette di essere attivi e lo stress, l'ansia e la tristezza prendono il sopravvento.

Anche la stima di diminuisce e aumenta l'incertezza sul da farsi.

Quale può essere un metodo di auto aiuto  efficace per darci forza ogni giorno e gestire le difficoltà della quotidianità?
La musica  può essere la risposta.  La musica influenza il nostro stato d'animo poiché le vibrazioni che quest’ultima rilascia arrivano dritte ai nostri sentimenti. A tutti sarà capitato di  rifugiarsi in un lettore mp3 o nel suonare uno strumento musicale in momenti tristi, stressanti o monotoni della propria vita. la  musica ha il potere di auto consolarci o alle volte viene utilizzata per mandare un messaggio a qualcuno che a parole non saremmo mai stati in grado di gestire, un po’ per paura, un po’ per timidezza.  
















Da un punto di vista fisiologico i suoni percepiti  vengono trasmessi dal canale uditivo al tronco cerebrale prima e poi alla corteccia uditiva primaria; gli impulsi viaggiano attraverso il circuito cerebrale sottocorticale nel sistema limbico, formato da strutture cerebrali che gestiscono le risposte fisiologiche agli stimoli emotivi.  La musica, cibo, sesso e droghe attivino tutti un sistema in comune con il rilascio di dopamina e l'attivazione del nucleo accumbens. 


Robert Zatorre, neuroscienziato cognitivista che lavora al Neurological Institute della Mcgill University di Montreal, sostiene che la "musica produce dopamina e dà piacere come quando si assumono sostanze stupefacenti. Gli effetti positivi sono gli stessi della droga, con la differenza che ascoltare un brano piacevole è un'esperienza positiva e non dannosa" (Nature Neuroscience).


È un dato di fatto che i lattanti rispondano meglio alle melodie piuttosto che al linguaggio verbale e che si rilassino ascoltando i suoni dolci. In particolare, i bimbi nati prematuri che soffrono di insonnia traggono benefici dal rumore del battito del cuore materno o dai suoni che lo imitano. 

In ambito medico la musica classica potrebbe  diventare parte integrante della chirurgia, grazie ad uno studio sul rilassamento di pazienti in anestesia locale. I pazienti che ascoltavano musica classica, e Frank Sinatra, durante piccoli interventi erano più rilassati. Sadideen, un chirurgo plastico, ha guidato un progetto al John Radcliffe Hospital di Oxford, in cui veniva fatta ascoltare musica durante piccoli interventi chirurgici. 


Hazim Sadideen si è così espresso: “Essere sottoposti a un intervento chirurgico può essere un’esperienza stressante per i pazienti e trovare il modo di alleggerire il disagio dovrebbe essere il nostro obiettivo come medici. Ci sono anche buone ragioni mediche: pazienti più tranquilli possono affrontare meglio il dolore e recuperare più velocemente. In questo lavoro su piccola scala è stato misurato per la prima volta l’impatto che ha la musica sui pazienti e suggerisce la necessità di una ricerca su un campione più ampio per stabilire se questa possa diventare parte di una pratica standard.”
Nello studio, pubblicato sulla rivista Annals of Royal College of Surgeons,  novantasei pazienti  sottoposti a piccoli interventi chirurgici sono stati “accompagnati” assegnandogli in modo casuale musica o silenzio. Tutti erano svegli durante le operazioni, che comprendevano rimozione di lesioni cutanee e pulizie delle ferite agli arti superiori dopo incidenti. Nella metà di quelli che avevano musica di sottofondo si sono rilevati  livelli di ansia e frequenza di respirazione più basse rispetto agli altri. Non è stata però valutata la qualità della musica, e cioè se Beethoven fosse meglio di Bach per esempio. 
Nella ricerca di Ferguson and Sheldon ( The Journal of Positive Psychology, 2013) i partecipanti che ascoltavano una composizione classica “felice” di Aaron Copland e cercavano attivamente di essere più felici, sentivano i loro stati d’animo migliorare rispetto a chi la ascoltava passivamente.
Quindi impegnarsi attivamente nell’ascolto della musica, piuttosto che ascoltare passivamente, può avere effetti benefici sull’umore.
Nel prossimo articolo alcuni suggerimenti musicali
Buon week end a tutti

Dott.ssa Dafne Guandalini,
psicologa psicoterapeuta
ricevo ad assemini piazza della conciliazione 3
 dafneguandalini@live.com 3204566956 per chi volesse mettersi in contatto con me