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giovedì 20 dicembre 2018

Perché il silenzio ci fa paura?


Perché il silenzio ci fa paura?

Perché percepiamo il silenzio come inattività, assenza e possiamo provare un forte disagio  che cerchiamo di superare parlando a tutti i costi per riempire quello che ci sembra un vuoto. 
Il silenzio è percepito anche come un peso difficile da sopportare sia quando siamo soli sia quando siamo in compagnia perché è per alcuni una mancanza di capacità comunicativa: "non sono capace di intrattenere un dialogo"  "tutti parlano sempre, quindi se io non trovo argomenti allora sono sfigato!" "Non voglio provare disagio quindi devo parlare".
Se il silenzio è percepito come incapacità a dialogare e ad avere argomenti, il più delle volte ci fa sentire diversi, isolati, e ci fa provare vergogna e paura.

Ma la verità è un'altra. 

 Secondo Paul Watzlawick, padre della comunicazione, uno degli assiomi della comunicazione è che "l'essere umano non può non comunicare", quindi anche quando stiamo in silenzio comunichiamo. La nostra rinuncia a parlare è comunque un atto comunicativo e nel silenzio comunichiamo attraverso il non verbale con sguardi, sorrisi, abbracci e vicinanza ai quali gli altri rispondono. Laddove non vediamo  comunicazione, la comunicazione c'è. 
Il silenzio ha molti aspetti positivi: è utilissimo per ascoltare e capire l'altro e per capire noi stessi.  Come potremmo aiutare l'altro se non fossimo capaci di fare silenzio e ascoltare?
Quando siamo in silenzio possiamo imparare ad ascoltare il nostro corpo, e capire ciò di cui ha veramente bisogno. 
Una delle causa dello stress quotidiano deriva dall'incapacità delle persone di fermarsi e fare silenzio dentro di sé. Siamo sempre di corsa, bombardati da stimoli continui, fermarsi e imparare ad ascoltare il proprio respiro ci permette di  ricongiungerci con la parte più profonda di noi iniziando una buona terapia contro lo stress.

E' importante rivalutare il silenzio e apprezzarlo nelle sue diverse sfaccettature.








lunedì 29 maggio 2017

STRESS

Capita spesso di sentirsi dire da amici e parenti  "tu sei stressata" quando si riferisce di non stare bene e di avere  mal di stomaco, dolori intestinali, tachicardia, insonnia, poca voglia di lavorare e così via. 

Ma cos'è lo stress e come si correla con queste manifestazioni?
Lo stress è una risposta psicofisica naturale e in alcuni casi ha la funzione benefica di attivare risorse e guidarci alla risoluzione di problemi. In questo caso lo stress è positivo e lo stimolo esterno è percepito come affrontabile e gestibile dalla persona. per esempio una promozione sul posto di lavoro.
ci sono però anche  stressor  nocivi  che determinano un’attivazione eccessiva dell'organismo così da comprometterne il buon funzionamento e le difese immunitarie.
Le manifestazioni somatiche ed emotive di disagio che ne conseguono vanno interpretate come un  tentativo  di  adattamento della persona a eventi esterni percepiti come eccessivi. 

Gli eventi   stressanti per la maggior parte delle persone possono essere  sia eventi piacevoli come il matrimonio, la nascita di un figlio o un nuovo lavoro, sia quelli spiacevoli come la morte di una persona cara, una separazione o il pensionamento. Ma in ogni caso è tutto soggettivo e dipendente dalle caratteristiche della persona in quel momento della sua vita.
Possiamo identificare come fonti frequenti di stress anche alcuni fattori fisici: il freddo o il caldo intensi, l’abuso di alcol o il fumo, ma anche serie limitazioni nei movimenti. Esistono inoltre fattori ambientali che ci espongono al rischio di stress, pensiamo ad esempio alla mancanza di un’abitazione, agli ambienti molto rumorosi, a livelli di inquinamento elevati. Ricordiamo, infine, le malattie organiche e i cataclismi.

Il primo a parlare di stress fu Selye, medico austriaco,  nel 1956 in " The stress of life"  identificandolo  come una Sindrome Generale di adattamento definita  da 

"risposte aspecifice dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso (Selye, 1976)".
La sindrome si evolve in tre fasi:
  1. Allarme: l'organismo risponde alle richieste dell'ambiente con meccanismi  di fronteggiamento sia fisici che mentali. Ad esempio con l'aumento del battito cardiaco, della pressione sanguigna o del tono muscolare.
  2. Resistenza: il corpo combatte per contrastare gli effetti negativi dell'affaticamento prolungato
  3. Esaurimento: se le sollecitazioni sono prolungate nel tempo, la persona subirà conseguenze sia a livello fisico che psichico. Le manifestazioni di malessere comuni sono  ansia, panico, depressioni.

Quali soluzioni adottare?



Innanzitutto è fondamentale saper riconoscere lo stress e  quale fase stiamo vivendo. Questo lavoro può richiedere un aiuto psicologico per elaborare vissuti emotivi negativi  e apprendere alcune strategie che ci permettano di fare un passo indietro e non essere travolti da ciò che accade, ad esempio praticando tecniche di rilassamento. Come per esempio il training autogeno.





Dottoressa Dafne Guandalini
Psicologa Psicoterapeuta
Ricevo ad Assemini Piazza della Conciliazione 3